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QUANDO LA DIVERSIFICAZIONE DIVENTA DIWORSIFICATION: LA SCIENZA DIETRO UN PORTAFOGLIO EFFICIENTE.


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Quando il rischio sembra basso è probabilmente alto. Lo abbiamo visto nel capitolo precedente. Il mercato che 'ha sempre reso il 10%' è quello dove il rischio si accumula in silenzio. La risposta razionale dovrebbe essere diversificare. Ma qui scatta un altro errore sistematico: confondere quantità con qualità. 'Ho cinque fondi azionari, tre obbligazionari, un bilanciato e qualche certificato. Sono diversificato, no?' Forse hai solo cinque versioni dello stesso rischio con costi moltiplicati. "Ho cinque fondi azionari, tre obbligazionari, un bilanciato e qualche certificato. Sono diversificato, no?" La risposta onesta è: dipende. Forse hai solo cinque versioni dello stesso rischio con costi moltiplicati. Peter Lynch lo chiamava "diworsification", e succede più spesso di quanto pensiamo.

La Consob nel 2024 ha rilevato un dato inquietante: solo il 50% degli investitori retail italiani comprende davvero cosa significhi diversificare. Il risultato? Portafogli che sembrano diversificati sulla carta ma che crollano tutti insieme quando serve protezione, portando con sé commissioni stratificate e complessità inutile.

Dove nasce tutto: Markowitz e la rivoluzione del 1952

Prima del 1952, gli investitori sceglievano semplicemente le azioni con il rendimento atteso più alto. Harry Markowitz ribaltò questa logica con un articolo che gli valse il Nobel nel 1990: "Portfolio Selection". La sua intuizione fu rivoluzionaria. Il rischio di un portafoglio non dipende tanto dalla rischiosità dei singoli titoli quanto dalla loro correlazione, cioè da come si muovono l'uno rispetto all'altro.

Markowitz introdusse il concetto di frontiera efficiente: quella curva matematica che identifica i portafogli ottimali, quelli che offrono il massimo rendimento per ogni livello di rischio o il minimo rischio per ogni livello di rendimento. Prima di lui si comprava a istinto, dopo di lui è diventata una scienza quantitativa.

Ma c'è un punto cruciale che spesso sfugge: la diversificazione funziona solo con asset a bassa correlazione. Comprare dieci azioni bancarie diverse non è diversificare, è moltiplicare lo stesso rischio.

Il salto dalla teoria alla pratica: quanto è abbastanza?

Benjamin Graham, maestro del value investing, sosteneva che bastassero 10-30 azioni ben selezionate per un portafoglio efficiente. Studi successivi hanno confermato che oltre quella soglia i benefici della diversificazione si appiattiscono mentre i costi continuano a crescere.

Eppure molti portafogli retail ne contano molte di più, spesso duplicate per settore o geografia. Non è un problema di numero in sé, è non sapere cosa si possiede davvero. Tre ETF azionari large cap europei non sono tre diversificazioni: sono tre esposizioni alla stessa area geografica, stesso stile, stessa capitalizzazione.

Cosa succede dall'altra parte: dinamiche sistemiche, non giudizi

Il professionista che costruisce portafogli deve operare dentro un modello di remunerazione. Ogni prodotto genera commissioni, ogni riallocazione produce ricavi. Non è una questione etica, sono incentivi strutturali del sistema finanziario. Un consulente che propone un nuovo fondo risponde a obiettivi commerciali legittimi, ma il risultato per il cliente può essere un portafoglio sovraccarico.

La MiFID II ha introdotto obblighi di trasparenza proprio per questo: distinguere consulenza indipendente da consulenza legata a retrocessioni. Ma il punto non è demonizzare un modello o l'altro. Il punto è che un cliente preparato sa fare le domande giuste: "Questo prodotto cosa aggiunge che non ho già? Come si correla con il resto? Quanto costa davvero?"

Dall'intuizione di Markowitz alle moderne best practice

La teoria del portafoglio non si è fermata al 1952. Negli anni Sessanta William Sharpe sviluppò il CAPM (Capital Asset Pricing Model), introducendo il concetto di beta e rischio sistematico. Eugene Fama e Kenneth French negli anni Novanta aggiunsero altri fattori oltre al beta: dimensione dell'impresa e valore contabile, dimostrando che la diversificazione efficace passa anche da esposizioni fattoriali diverse.

Oggi parliamo di factor investing e smart beta: strategie che costruiscono portafogli non più solo per capitalizzazione di mercato ma ponderando fattori come value, momentum, quality, low volatility. Un ETF multi-fattoriale può offrire vera diversificazione in un singolo strumento, mentre cinque fondi attivi sovrapposti possono replicare lo stesso rischio con costi cinque volte maggiori.

La ricerca accademica moderna sottolinea che la diversificazione efficace non riguarda il numero di posizioni ma l'esposizione bilanciata a fattori di rischio realmente differenti.

La vera diversificazione è una scienza

Diversificare bene richiede competenze tecniche: capire correlazioni, distinguere rischio sistematico da rischio specifico, bilanciare asset class con comportamenti asimmetrici. Non è intuito, è analisi. Un portafoglio costruito con tre ETF ben calibrati su azionario globale, obbligazionario diversificato e commodities può essere più efficiente di uno con quindici prodotti che replicano le stesse esposizioni.

La diworsification nasce quando si confonde attività con efficacia, quando si aggiunge senza sottrarre, quando si moltiplica senza correlare. La diversificazione vera protegge. La diworsification illude. E la differenza sta nel sapere, matematicamente, cosa si possiede.

Un cliente preparato non è un problema per il consulente: è il migliore cliente possibile. Fa domande precise, comprende le logiche di costruzione, distingue valore aggiunto da sovrapposizione. Allenarsi finanziariamente significa questo: trasformare complessità subita in consapevolezza agita.

Leonardo

 
 
 

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© Leonardo Rossi Polledri

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